#16 – Italiano: litiga con la compagna e getta il figlio nel fiume

Folle gesto dopo lite con moglie, getta figlioletto nel Tevere

(AGI) – Roma, 4 feb. – Ci sarebbe un litigio per una separazione all’origine del folle gesto avvenuto questa mattina a Roma dove un uomo ha lanciato il proprio figlio di 2 anni nelle acque del Tevere. L’uomo, Patrizio Franceschelli, di 26 anni, gia’ noto alle forze dell’ordine, questa mattina dopo aver litigato con la moglie in un appartamento di via degli Orti d’Alibert, si e’ poi allontanato portandosi via il bambino di appena 2 anni.

A chiamare il 112 dei carabinieri intorno alle 6:20 e’ stata la zia della moglie. L’uomo e’ stato successivamente fermato dai carabinieri all’altezza di Ponte Testaccio. Un testimone, un agente di polizia penitenziaria, ha raccontato di aver visto l’uomo lanciare il piccolo da Ponte Mazzini. Al momento le ricerche dei sommozzatori dei militari per rintracciare il piccolo sono state inutili. Il 26enne si trova in stato di fermo nella caserma dei carabinieri del nucleo radiomobile.

http://www.agi.it/in-primo-piano/notizie/201202041103-ipp-rt10035-folle_gesto_dopo_lite_con_moglie_getta_figlioletto_nel_tevere

Getta il figlio di 16 mesi nel Tevere
arrestato padre 26enne a Roma
L’uomo ha ammesso di aver lanciato il bimbo da ponte Mazzini. Tra le cause del gesto, forse una litigata con la compagna sull’affidamento del piccolo. Il vicesindaco Belviso: “Pena esemplare e immediata”. In serata interrotte le ricerche

ROMA – ”L’ho gettato io nel Tevere”. Ha ammesso di aver ucciso il figlio di 16 mesi gettandolo nel fiume a Roma. Colto da un raptus, un uomo di 26 anni, di nazionalità italiana pregiudicato per spaccio, ha lanciato il bimbo da ponte Mazzini nelle gelide acque del Tevere. A dare l’allarme un agente della polizia penitenziaria appena uscito dal vicino carcere di Regina Coeli. Secondo una prima ricostruzione dei carabinieri, l’uomo, F. P. si è avvicinato al parapetto del ponte e dopo aver gridato alcune frasi ha buttato il figlio nel fiume.

IL LUOGO DELLA TRAGEDIA

Subito intervenuti, i carabinieri hanno inseguito l’uomo che si era allontanato a piedi. Dopo un breve inseguimento, è stato bloccato vicino all’ex mattatoio di Testaccio. Le ricerche del bambino sono state affidate al nucleo sommozzatori dei vigili del fuoco e dei carabinieri che hanno scandagliato per ore le acque del fiume. Le condizioni, però, sono proibitive anche a causa delle eccessive correnti e in serata le ricerche sono state interrotte

Da una prima ricostruzione, il 26enne romano disoccupato e con precedenti, dopo avere litigato con la compagna (non era sposato con la madre del bimbo) ha sottratto il piccolo alla zia e alla nonna alle quali era affidato. La coppia litigava spesso per l’ affidamento del figlio. Così, mentre la compagna era ricoverata in ospedale, da via degli Orti d’Alibert è arrivato al vicino Ponte Mazzini alle 6 del mattino. E’ stato notato da una guardia giurata che gli avrebbe chiesto se avesse bisogno di aiuto. Il 26enne però, con gesto fulmineo, ha lanciato il piccolo dal ponte. “Il bimbo era spaventato, piangeva disperato”, raccontano sotto shock alcuni testimoni ai carabinieri. A quel punto, la guardia giurata ha chiamato il 112 e provato a inseguire l’uomo per bloccarlo. Ora è stato arrestato con l’accusa di omicidio volontario.

“E’ una notizia terrificante che ci lascia sgomenti e attoniti – ha detto il vicesindaco di Roma Capitale, Sveva Belviso – Quanto avvenuto è un gesto di estrema crudeltà per il quale sono davvero superflue ulteriori parole di condanna. Il nostro pensiero in questo momento – aggiunge Belviso – va a quel bimbo innocente vittima della sconsideratezza e della violenza di un padre che, invece di difenderlo e di proteggerlo, lo ha trattato come un oggetto sul quale scaricare le proprie frustrazioni. Per questo padre – conclude il vicesindaco – auspico che venga emessa una pena esemplare e immediata e, alle forze dell’ordine e a tutto il personale operativo impegnato in queste ore nelle ricerche del bimbo, va il nostro ringraziamento”

http://roma.repubblica.it/cronaca/2012/02/04/news/infanticidio_roma-29312124/?ref=HREC1-34

Roma: psichiatra su bimbo nel Tevere, atto estremo per riaffermare ruolo di padre
Cronaca
ilano, 4 feb. (Adnkronos/Adnkronos Salute) – “Un gesto estremo, specchio di una grave sindrome di disagio e deprivazione, messo in atto nel tentativo disperato di riaffermare il proprio ruolo paterno e sociale”. Cosi’ Massimo Di Giannantonio, docente dell’universita’ ‘D’Annunzio’ di Chieti, prova a spiegare il caso del giovane padre che oggi a Roma ha gettato nel Tevere il figlio di 2 anni, dopo una lite con la madre del bimbo. L’uomo, fermato dai carabinieri, ha confessato spiegando gli scontri con la compagna per l’affidamento del piccolo: “Non me lo facevano vedere”, avrebbe affermato.

“Possiamo dire – spiega Di Giannantonio all’Adnkronos Salute – che ci troviamo nel campo delle reazioni estreme e irrazionali, marcate da un’enorme sofferenza psico-patologica e da una grave sindrome di disagio e deprivazione”. E’ la parabola drammatica di “una coppia di giovani in crisi relazionale, genitoriale, esistenziale ed economica”, analizza lo psichiatra. E in questa situazione di “crisi complessiva”, a 360 gradi, ha forse prodotto un effetto deflagrante la paura di venire ‘espropriato’ della paternita’, “probabilmente uno dei pochi punti fermi per questo ragazzo che viveva una condizione di equilibrio gia’ precario”.

Un malessere che il giovane ha sfogato quindi con “un’aggressione irrazionale ai danni del figlio, sostanzialmente con due scopi”, conclude l’esperto: “Da un lato la voglia di riconfermare il proprio ruolo paterno e sociale (un pensiero tipo ‘sono io che decido cosa devo fare di mio figlio’), dall’altro il bisogno di rassicurare se stesso di potercela fare anche totalmente da solo”. In altre parole, il ‘movente’ e’ stata l’urgenza di “recidere un legame di dipendenza, dunque di sofferenza, angoscia e frustrazione, da qualcosa che il padre non era piu’ in grado di controllare”.

http://www.liberoquotidiano.it/news/926634/Roma-psichiatra-su-bimbo-nel-Tevere-atto-estremo-per-riaffermare-ruolo-di-padre.html

Se l’odio tra marito e moglie porta a uccidere un innocente

D’accordo, su Roma nevica e sembra che la tragedia sia questa. Ma proprio nelle stesse ore su Roma si abbatte una catastrofe infinitamente più devastante e innaturale.
Ingrandisci immagineCos’altro è, se non una catastrofe immane, un giovane padre che prende il suo bambino di sedici mesi e lo getta nel Tevere?
Il piccolo Claudio adesso sta di nuovo tra gli angeli, ed è sperabile che il dolore l’abbia lasciato tutto qui, alle sue spalle. Si farebbe presto a dire, tra noi così afflitti dal gelo e dal ghiaccio sui marciapiedi, che putroppo il bambino era capitato nella famiglia sbagliata. Certo non era la più tranquilla e lineare. Il padre mostruoso ha precedenti per droga, la mamma è in ospedale già da giorni, ricoverata per problemi di anoressia: proprio approfittando della sua assenza, il marito respinto è entrato come una furia nella casa della nonna, alle sei di mattina, dove Claudio dormiva, e ha chiuso nel modo più infame il matrimonio fallito.
Sicuro, bisogna riconoscerlo, questo bambino non è nato nella famiglia più accogliente. Sicuro, non si è ritrovato il padre migliore. Ma la spiegazione di taglio sociale regge fino a un certo punto. Risultano in circolazione miriadi di padri e di madri inadeguati, scapestrati, disadattati, ma non risulta che i loro figli finiscano tutti nei fiumi, gettati come sacchi di pattume. Piuttosto, risultano altri padri e altre madri che si sono accaniti sui figli, senza avere alle spalle storie di droga, di miseria o di disagio mentale. La memoria corre subito al feroce caso recente del distinto signore svizzero, la cui moglie di origini italiane ancora sta cercando le due bambine, sparite in un oscuro e lugubre viaggio attraverso l’Europa, prima che l’uomo la facesse finita in Puglia.
Altre vicende in giro per il mondo lo confermano: non è così semplice, non è il disagio sociale a scatenare questo genere di delitti, i più atroci e i più imperdonabili tra i delitti. Non c’è droga, non c’è miseria, non c’è abbruttimento culturale che possa spingere un papà o una mamma ad ammazzare una creatura. La molla è sempre un’altra, immancabile e opprimente in tutti i faldoni della tremenda casistica: l’odio.
Ci raccontiamo che non esiste sentimento più forte dell’amore tra genitori e figli. In questi casi, esiste: l’odio per il marito o per la moglie diventa più forte dell’amore per i figli. Scrivono sempre, quando si premurano di lasciare un biglietto sadico, questi assassini impronunciabili: andarmene sarebbe troppo semplice, non puoi vincere così facilmente, voglio che il mio ricordo ti torturi per sempre. E il modo più sicuro, più profondo, più inguaribile è uno solo: uccidere il coniuge dentro, recidendo l’affetto più caro e più forte, mutilandolo dell’amore più grande e più vero. Il demone dell’odio e della vendetta ispira l’impresa disumana.
Dopo, gli avvocati fanno il loro mestiere, bello o brutto che sia: invocano l’infermità mentale. Appare logico a tutti che soltanto un pazzo, incapace d’intendere e di volere, totalmente fuori controllo, possa arrivare a tanto, a gettare bambini nei fiumi, o a sgozzarli nei loro lettini. Qualcosa di vero c’è. Però qui c’è una nonna, la nonna del piccolo Claudio, che dice cose molto fondate: «Quell’uomo non è un pazzo. È solo un violento e un padre-padrone: massacrava di botte mia figlia. Ho paura, non voglio che torni fuori».
Nessuno è riuscito a salvare il candore di Claudio dal furore di suo padre. Quanto meno, adesso la giustizia dovrebbe garantire che tutto quell’odio non esca più dalle quattro mura di una cella: sia di un manicomio criminale, sia di una galera.
Una risposta, la più elementare e doverosa, a questa povera nonna va data.

http://www.ilgiornale.it/interni/se_lodio_marito_e_moglie_porta_uccidere_innocente/06-02-2012/articolo-id=570708-page=0-comments=1

Bimbo nel Tevere, il padre aveva detto
alla moglie: se mi lasci ammazzo tuo figlio

ROMA – Aveva picchiato la compagna più volte, anche se lei non aveva mai voluto denunciarlo. L’ultima volta due giorni prima della tragedia, quando l’aveva riportata nella casa materna di Trastevere, provata dall’anoressia, con un segno di coltello sul braccio, sussurrandole una promessa: «Se mi lasci ammazzo tuo figlio». Eppure nessuno tra i familiari e gli amici immaginava che Patrizio Franceschelli, 26 anni, disoccupato, avrebbe tenuto fede a quella minaccia, quando all’alba di sabato scorso, con la neve che imbiancava Roma, si è presentato nella stessa casa per rapire il figlio di entrambi, il piccolo Claudio di appena sedici mesi, e buttarlo nel fiume dopo una fuga di oltre un chilometro.

In attesa dell’interrogatorio di convalida che si svolgerà questa mattina nel carcere di Regina Coeli, i carabinieri del nucleo radiomobile, guidati dal colonnello Mauro Conte, e il pm Attilio Pisani stanno cercando di ricostruire la storia di Patrizio Franceschelli e della compagna, Claudia Maccarelli, da giorni ricoverata all’ospedale Santo Spirito per gravi problemi di anoressia e depressione. Nel 2010 Franceschelli era stato arrestato due volte per traffico di stupefacenti, finendo in entrambi i casi agli arresti domiciliari. E probabilmente aveva qualche problema di dipendenza. Non lavorava, ma aveva convinto Claudia a vivere con lui nella casa di sua madre, a Corviale, assieme al bambino.

Un rapporto difficile, fatto di litigi continui, che era peggiorato man mano che Claudia sprofondava in una spirale di depressione e anoressia che lui, raccontano i familiari, pretendeva di curare forzando la donna a mangiare contro la sua volontà. La ragazza aveva spesso trovato rifugio nella casa materna, in via degli Orti di Alibert a Trastevere, portando il bambino con sé. L’ultima lite a metà settimana. Patrizio aveva accompagnato la ragazza dalla madre. La giovane sembrava sconvolta, incapace di riconoscere persino i familiari. Una situazione tanto grave da spingere Rita ad accompagnare immediatamente Claudia al pronto soccorso e ad accettare il ricovero al Santo Spirito. La nonna sapeva anche delle minacce che Patrizio aveva fatto alla compagna, di quella frase: «Se mi lasci ammazzo tuo figlio» che le aveva ripetuto più volte, urlando. Ma, tra una tempesta e l’altra il rapporto con il giovane aveva avuto anche degli sprazzi di luce. Franceschelli era abituato a considerare la casa di via Orti d’Alibert come fosse la sua, a frequentarla per vedere il bambino quando voleva, senza problemi. Nei giorni di festa c’era stato più volte, l’ultima per portare il piccolo Claudio a vedere le giostre in piazza Navona.

Dopo la lite di metà settimana non si era fatto più sentire, neppure una telefonata. Fino a sabato mattina, all’alba. La lite con Rita, la fuga col bambino fra le braccia, fin al ponte Mazzini da dove l’ha buttato nel fiume urlando. Alla scena hanno assistito un agente della polizia penitenziaria e la sorella di Claudia, incinta al nono mese. Entrambi saranno ascoltati nei prossimi giorni dai magistrati che hanno in programma di sentire più volte anche Patrizio. Subito dopo l’arresto, lui ha detto solo: «Ho buttato mio figlio nel Tevere».

http://www.ilmattino.it/articolo.php?id=180182

Getta il figlio di 16 mesi nel Tevere
arrestato, confessa: «L’ho lanciato io giù»
Il giovane, 26 anni, ha precedenti per droga. Il folle gesto dopo lite con la compagna. I sommozzatori cercano il corpo

di Claudio Marincola
ROMA – Lo ha sollevato in aria e buttato giù da ponte Mazzini. Come si getta via un fagotto o un sacco di immondizia. Come per un gesto senza importanza. Poi accelerando il passo si è allontanato. Sotto la neve che cadeva lenta, lasciandosi alle spalle il Tevere che scorreva gelato. In questo modo agghiacciante un giovane padre di 26 anni ha ucciso suo figlio Claudio, un bimbetto di soli 16 mesi, ieri mattina. Mancavano pochi minuti alle 6.30, la bufera si stava abbattendo su Roma, già mezza paralizzata. Il dramma si è consumato in un attimo mentre la città dormiva e l’attenzione era rivolta altrove. Alla nevicata che stava imbiancando Roma. Alla giornata che avrebbe complicato la vita ai romani ma fatto la gioia dei bambini felici di giocare a palle di neve, come forse avrebbe fatto anche il piccolo Claudio.

Al volo atroce hanno assistito due testimoni: Francesco Atzeni, un agente di custodia di 43 anni, che non è riuscito a fermare l’uomo, e la zia del bambino. Una giovane donna incinta. Colta da malore, è stata ricoverata in ospedale sotto shock.
La mamma del piccolo non sa ancora niente. Da qualche giorno è ricoverata in un ospedale romano per una grave forma di depressione. Aveva affidato suo figlio alla madre e alla sorella raccomandandosi di tenerlo lontano da «lui».

Come spiegare un gesto così terrificante? Una vendetta per punire l’ex convivente che lo aveva lasciato per tornarsene a vivere con la madre a Trastevere? Per quanto assurda, è questa l’ipotesi più probabile. Il padre-assassino si chiama Patrizio Franceschelli, vive a Corviale, nel palazzone lungo un chilometro che i romani chiamano «Serpentone». Si è chiuso nel mutismo. A monosillabi ha solo ammesso «L’ho ucciso, l’ho buttato nel fiume», senza aggiungere altro. Con quel gesto tremendo ha punito anche se stesso. Ha precedenti per spaccio di droga e lesioni. Ma non è in cura al Sert e non ha mai avuto problemi di igiene mentale.

I carabinieri del Gruppo radiomobile, guidati dal tenente colonnello Mauro Conte, lo hanno bloccato venti minuti dopo. Vagava poco lontano, nel rione di Testaccio, in un’ora in cui il sabato mattina di gente ne gira sempre poca. I militari lo hanno chiamato per nome e lui si è voltato. Ora è in stato di fermo, dovrà rispondere di omicidio. La prima chiamata al 112 l’aveva fatta la zia del piccolo Claudio alle 6.18 per segnalare quella che all’inizio sembrava solo una lite banale. Il padre si era presentato in via degli Orti di Alibert urlando e chiedendo che gli venisse ridato Claudio. «É mio figlio, lo rivoglio». La nonna del bimbo ha tentato di opporre resistenza ma l’uomo non si è fermato davanti a niente. È stata aggredita, ha riportato la distorsione a un dito del piede e una sospetta frattura al braccio. I medici dell’ospedale Santo Spirito l’hanno giudicata guaribile in 30 giorni.
Dopo la colluttazione con l’anziana donna, il padre è entrato dentro casa e ha svegliato il figlioletto che stava dormendo portandoselo via per l’ultima passeggiata. La zia, temendo il peggio, li ha seguiti.
A notare padre e figlio sul ponte, sotto la neve, nel freddo, è stato l’agente di polizia penitenziaria. Si stava recando a Regina Coeli, la casa circondariale dove presta servizio nel nucleo Traduzioni.

Il padre aveva in braccio il bimbo che piangeva disperato. L’uomo ha fermato l’agente chiedendogli dove poteva trovare una stazione dei carabinieri quando ha intravisto in lontananza la sorella della sua compagna. Senza aspettare la risposta, si è diretto verso la balaustra di ponte Mazzini e ha lanciato suo figlio nel vuoto, urlando una frase indecifrabile.
L’agente penitenziario è rimasto agghiacciato, troppo choccato per provare a fermare l’uomo. Ha chiamato il 112 per dare l’allarme. Nei prossimi giorni verrà sentito dal magistrato che si sta occupando del caso.
Il nucleo Subacquei dei carabinieri ha cercato il corpicino per tutto il giorno, immergendosi nelle acque del Tevere. É stata ispezionata un’area scogliosa del fiume sotto cui poteva essersi incagliato ma senza esito. Ci piace pensare che il piccolo Claudio sia volato via.

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=180050&sez=HOME_ROMA

Ha ucciso il figlio ma non è folle, è un violento

Rita Maccarelli e Patrizio Franceschelli, rispettivamente la nonna e il padre del piccolo Claudio

La tragedia del piccolo Claudio di 16 mesi ucciso dal padre, Patrizio Franceschelli, che ha gettato il figlioletto nel Tevere in una gelida mattina romana strappandolo alle braccia della nonna che lo aveva in affidamento dopo il ricovero della madre in ospedale, richiama all’attenzione diversi punti su cui battiamo da mesi. Rita Maccarelli, la nonna del piccolo che ha cercato di difendere il nipote prima che il padre lo portasse via, ha rilasciato un’intervista, in cui chiarisce alcuni punti fondamentali: “Non è un pazzo, come lui stesso si definisce – ha detto parlando del genero – ma è solo un uomo violento e un padre padrone che massacrava di botte mia figlia”. E poi sottolinea: “Lui aveva perso il padre, non aveva una famiglia. Qui da noi l’aveva trovata e sapeva che a casa nostra la porta era sempre aperta. Quando ieri (venerdì verso le sei di mattina, ndr) è arrivato, io non avevo capito la gravità della situazione finché non ha afferrato il bambino di peso e lo ha gettato a terra nella neve davanti al portone di casa. Dopodiché è scappato col bambino, io l’ho rincorso ma lui è arrivato sul lungotevere e lo ha appoggiato sul muretto. Poi lo ha spinto giù”. La donna ha poi specificato che qualche giorno prima la figlia era tornata a casa spaventata, con la giacca sporca di sangue, e non riusciva a riconoscere le persone: “Adesso ho paura per mia figlia – ha continuato la signora – perché lui ha scritto un messaggio che dice con Claudio e Claudia la fine del mondo. Non voglio che lui esca dal carcere, ho paura”. Cosa ci fa capire tutto ciò? Primo: che la morte del piccolo Claudio è l’epilogo di una violenza domestica, quella che il mese scorso la relatrice speciale dell’Onu, Rashida Manjoo, in visita in Italia ha appellato come “la forma di violenza più pervasiva” nel nostro paese con dati che vanno dal 70 all’86%, e che quindi si delinea come la forma di violenza più diffusa e capillare in assoluto. Secondo: che l’uomo era lucido nel gesto, che l’uomo non è un pazzo in preda a raptus e non si tratta di un “gesto folle”, come la maggior parte dei giornali scrivono quando parlano di atti di violenza estrema nei confronti di donne e minori attutendo così la gravità dell’accaduto. Terzo: che il gesto dell’uomo, l’omicido di suo figlio così come i femmicidi, è stato un atto di prepotenza e di possesso nei confronti di un essere umano considerato “suo” (“è mio figlio, lo rivoglio!” ha detto alla nonna mentre lo svegliava per portarselo via), nonché una vendetta verso la madre del bambino che lo aveva lasciato, dopo l’ennesima violenza, tornandosene dalla madre. Quarto: mi chiedo perché quest’uomo non era stato allontanato? Perché circolava libero e bello? Perché nessuno non lo aveva ancora denunciato? Perché la difesa di questa madre e di questo bambino era affidato a una nonna? Forse, mi viene da rispondere, perché lo Stato non è in grado di tutelare queste donne, forse perché in Italia le istituzioni non hanno ancora provveduto a definire una legge chiara sulle diverse forme di violenza, o forse perché, qualora le leggi ci fossero, il sistema giudiziario non è in grado di farle rispettare lasciando troppo spesso che la parte offesa diventi una corresponsabile del reato soprattutto se si tratta di coppie in conflitto e con figli, e anche forse perché le donne, senza lavoro e con figli a carico, si vedono costrette a rimanere in casa con il loro torturatore perché non sanno dove andare subendo una violenza che prima o poi esplode. Forse.

di Luisa Betti

http://blog.ilmanifesto.it/antiviolenza/2012/02/07/ha-ucciso-il-figlio-ma-non-e-folle-e-un-violento/

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